“Melancholia” di Lars von Trier

Locandina

Se in “Antichrist”, la depressione declina in una spirale di rabbia e follia, in questo secondo capitolo della trilogia, sono la calma, l’apatia e la rassegnazione i soggetti principali.
Ladies and Gentlemen, per la regia di Lars von Trier, “Melancholia”.

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Melancholia, un pianeta che sta entrando in collisione con la Terra. La fine del mondo è ormai giunta; la completa disintegrazione del genere umano è inevitabile. Lars von Trier ci anticipa il distruttivo finale di pellicola nell’artistico prologo. Cinque minuti in cui l’arte è tangibile in ogni singolo frame. La fotografia è pura meraviglia visiva; l’accompagnamento musicale con il preludio di “Tristano e Isotta” di Wagner è sublime; la Terra e Melancholia stanno entrando in collisione, distruggendosi a vicenda, e le immagini sono talmente surreali da non crederci.
Una scelta coraggiosa, quella del regista danese, ma che, oltre ad avere senso logico, è perfettamente azzeccata a livello stilistico. Von Trier non ha intenzione di distogliere il pubblico con la suspense dovuta al non sapere cosa accadrà. Von Trier vuole il pubblico estremamente concentrato e, soprattutto, completamente immerso dalle emozioni che provano i personaggi, entrando, in questo modo, in piena empatia con essi.

Dopo lo stupefacente prologo, il regista presenta le due protagoniste della storia, durante un’occasione particolare: un matrimonio.
Justine (una Kirsten Dunst strepitosa), bionda, bella, meravigliosamente aggraziata e una copywriter di successo. È lei la neo-sposa ed è il giorno più bello ed importante della propria vita… o almeno dovrebbe esserlo.
Justine non è felice, anche se fa di tutto per non farlo notare; è completamente insoddisfatta del mondo intero; è depressa, e non si sa come, quando o dove sia iniziata questa sua orribile esperienza; in preda a sempre più evidenti turbe psichiche, il matrimonio diventa per lei una vera e propria tragedia: si isola in camera, tratta a malo modo il marito, lo tradisce con il suo nuovo collega di lavoro in mezzo ad un campo di golf ed infine si licenzia insultando il suo datore di lavoro. Da qui sarà una dipartita: il marito la lascerà, il padre e la madre, egoisticamente, se ne andranno pensando esclusivamente a loro stessi.

L’unica persona in grado di starle vicino è l’altra protagonista della storia: sua sorella maggiore, Claire.

Claire (una Charlotte Gainsbourg molto più pacata e tranquilla rispetto ad “Antichrist”), madre di un simpatico ragazzino di nome Leo, mora, non bella come la sorella ma con una classe quasi da nobildonna e con un marito ricco sfondato, pieno di sé e anche un po’ arrogante. Claire ama profondamente Justine. Farebbe qualsiasi cosa per lei, e, infatti, dopo il disastroso matrimonio sarà proprio Claire a cercar di aiutare in tutti i modi la sorella, entrata ormai in uno stato di profonda depressione, invitandola a casa propria e facendole da vera e propria balia.

Nel frattempo Melancholia si avvicina sempre di più, e la catastrofe, dopo una prima smentita, si rivela essere solo una questione di tempo. John, il ricco marito di Claire, si scopre non esser capace di reggere l’inevitabile destino suicidandosi; Claire vive in uno stato di ansia assoluta che si trasforma in terrore puro, subendo crisi di panico sempre più frequenti; Justine, invece, entra in uno stato di calma e pace interiore riuscendo, in questo modo, a rimanere lucida e distaccata, ormai completamente rassegnata alla catastrofe inevitabile.
Incredibilmente, la depressione porta la bionda protagonista a rimanere calma, e quasi indifferente, in un momento di grosso stress mentale ed emotivo. A Justine non interessa che il genere umano abbia i minuti contati. Lei è, ormai, come un involucro vuoto in un mondo tetro, esattamente come la fotografia che permea tutta la seconda parte del film. Le sue speranze, le sue passioni, tutta la sua vita è completamente sparita a differenza della sorella che, invece, raggiunto un certo status sociale, ha praticamente tutto.

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“Antichrist” e “Melancholia”, due facce della stessa medaglia. La depressione creata da un tourbillon di follia e rabbia, e quella vista da un punto di rassegnazione che crea nell’individuo un vuoto cosmico impressionante. La stessa identica malattia che trasforma l’individuo in due persone ben distinte tra loro.

Incredibile è il modo in cui von Trier sia riuscito ad abbinare una messa in scena perfetta sia per per questa che per l’altra occasione. La prima, minimalista e piena zeppa di simbolismi esoterici; la seconda, un dramma, che cita meravigliosamente il mito di Ophelia, dallo sfondo fantascientifico che abbraccia la depressione dilagante nel genere umano, ormai prossimo all’estinzione.

Melancholia, un pianeta, che similmente a Terra-2, nel film “Another Earth”, appare in maniera improvvisa e misteriosa nel Sistema Solare ma che, in realtà, risultano essere tanto, completamente diverse. Terra-2, il pianeta gemello creato dalla mente di Mike Cahill, è un pianeta benigno, positivo e carico di speranza, nonché la materializzazione delle seconde opportunità; Melancholia è agonia, una lenta agonia che si protrae in maniera inesorabile e che con il suo continuo e lento avvicinarsi scandisce la disintegrazione della vita sulla Terra, l’eliminazione del genere umano.

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“In un film di James Bond ci aspettiamo che l’eroe sopravviva. Nonostante ciò può essere comunque emozionante. Ed alcune cose possono essere emozionanti proprio perché sappiamo cosa accadrà, ma non come accadrà. In Melancholia è interessante assistere a come i personaggi che seguiamo reagiscono quando il pianeta sta per raggiungere la Terra.” (Lars von Trier)

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Informazioni su Giovanni Berardi

Interista dalla nascita, grandissimo appassionato di Cinema, Musica e Serie TV.
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