“Nymph()maniac” di Lars von Trier

Nymphomaniac_Locandina

Ed ecco qui il terzo, ed ultimo, capitolo della saga sulla depressione, targata Lars von Trier, basato sulla libidine, sulla carne e sulle pulsioni sessuali (irrefrenabili) di una giovane donna, Joe.
Ladies and Gentlemen, per la regia di Lars von Trier, “Nymph()maniac”.

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La ninfomania, un disturbo indicante l’aumento, in misura morbosa, dell’istinto sessuale. È proprio questa ipersessualità che affligge la protagonista di questa mastodontica storia (più di 5 ore nella versione estesa) di passioni peccaminose.

Joe: mora, sporca dentro, si vede che ne ha passate tante, non ha una bellezza eterea e fatata, complice anche la pesante vita passata. La pellicola inizia proprio con lei, insanguinata, che giace per terra, piena di lividi, malmenata e lasciata lì, in un piccolo ed oscuro vicolo, dove passerà un dotto e rispettabile uomo, di nome Seligman, che la porterà a casa sua per farle riprendere i sensi.
Joe e Seligman sono due personaggi ideologici, simbolici: Joe è la parte più passionale e carnale dell’essere umano, Seligman la parte più razionale e distaccata.
Joe e Seligman, come il sud e il nord, come il giorno e la notte, come il fuoco e l’acqua, sono due facce della stessa medaglia.
Lei ninfomane, lui asessuale; lei distrutta e sporca, lui rilassato, calmo e vergine. Seligman, paradossalmente, è la persona perfetta per ascoltare l’odissea di Joe. Riesce, non avendo mai provato alcun piacere carnale, a distogliere la propria attenzione dalla naturale attrazione sessuale.
Due nature così distanti che però, in quel preciso momento della loro vita, si completano alla perfezione.

Le loro vite si intersecheranno per una notte intera, dove la storia della vita di Joe verrà rivelata a Seligman, che sarà uno spettatore attivo e, allo stesso tempo, una specie di psicoterapeuta per la giovane donna. Lei racconterà ogni singolo momento della sua ninfomane vita e Seligman ascolterà, interrompendola di tanto in tanto con le sue incredibili metafore e acutissime obiezioni come il paragone con la successione di Fibonacci (l’ormai scena-cult “3+5”) riguardo la deflorazione di Joe.
Un atto sessuale completamente asettico, privo di amore e passione, con questi due numeri che si sovrappongono alle immagini rendendo il tutto semplice sesso privo da ogni emozione, ai limiti del grottesco.

Fin dalle prime battute si capirà che Joe è una donna che non prova amore verso un qualsiasi partner sessuale, proprio perché è estranea a questa emozione… fin dalla sua prima volta. Non solo non conosce l’amore, ma non la riesce a concepire come ingrediente fondamentale per il sesso.
Eppure, arriverà il momento in cui riuscirà ad assaporare, per pochi istanti, per un tempo infinitamente piccolo, quel dolce sapore che solo l’amore riesce ad emanare, provando, immediatamente dopo, anche l’odore aspro e disgustoso della non corrispondenza sentimentale, portandola, a quel punto, ad odiare l’amore sotto ogni singola forma.

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“Nymph()maniac” è un’odissea carnale. Von Trier fa del film un dialogo a due, il dibattere schematico tra inconscio e ragione, corpo e intelletto, ma anche, e soprattutto, tra artista e pubblico. Non è solamente un catalogo di una disperata educazione sentimentale, una fiction sessuale, un’enciclopedia completa sul sesso degli esseri umani, ma è anche, come la trilogia europea (“L’elemento del crimine”, “Epidemic”, “Europa”), un film sull’arte del raccontare. Joe e Seligman parlano, parlano, parlano e parlano ancora. Lei racconta a questo rispettabile signore la sua incredibile e, in alcuni casi, grottesca vita, dentro le quattro mura di una spoglia stanza. I capitoli, marchio di fabbrica del regista danese, danno una forma simile ad un diario al racconto della ragazza, che vengono proiettati verso la figura dotta e vergine di Seligman.

Ma von Trier non si ferma qui. Pian piano questa prospettiva (narratore-spettatore attivo) muta e la razionalità di Seligman si rivela completamente limitante, per non dire inutile. Joe, che inizialmente voleva essere moralizzata, giudicata (negativamente) e punita capisce l’inadeguatezza della morale e la sua completa inutilità per la sua persona, fino a prender piena coscienza di sé. Joe, ormai martoriata fisicamente (la frase «non sento nulla» che chiude il primo volume è agghiacciante), riesce con un processo narrativo, pseudo-psicoanalitico, a trovare una via di fuga dalla propria mercificazione del corpo, violenta ed estrema, sfociando in un finale tanto inaspettato quanto pessimistico.

Con questa pellicola, von Trier conclude la sua miglior trilogia con picchi artistici mai raggiunti prima. Il regista riesce ad inquadrare ogni singola sfaccettatura della depressione, partendo dalla follia autodistruttiva di “Antichrist”, passando per la triste e apatica rassegnazione di “Melancholia”, fino ad arrivare alla carnale sessualità di “Nymph()maniac”, che è la perfetta conclusione di una trilogia dura e pesante, con all’interno delle sottili e geniali citazioni alle due precedenti pellicole. Dura per le tre messe in scena, che seppur molto diverse tra loro, risultano essere talmente cattive e malvagie da render perfettamente l’idea di cosa sia la depressione; pesante perché è una malattia che, dal punto di vista del regista, risulta difficile da narrare e, da parte del pubblico, da assimilare e digerire.

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“All’inizio ha detto che il suo unico peccato è stato di chiedere di più dal tramonto. Immagino che volesse dalla vita di più di quanto le fosse stato dispensato. Era solo un essere umano che pretendeva i suoi diritti. O meglio… era una donna che pretendeva i suoi diritti […] Se due uomini avessero camminato lungo un treno alla ricerca di donne, pensa che qualcuno avrebbe sollevato un sopracciglio? O se un uomo avesse vissuto la vita che ha avuto lei? La storia della signora H sarebbe stata molto banale se lei fosse stata un uomo e la sua… conquista fosse stata una donna. Quando un uomo lascia i figli spinto dal desiderio, lo accettiamo con un alzata di spalle ma lei, come donna, ha dovuto assumersi una colpa, una colpa che non poteva mai essere attenuata. E alla fine, tutto il biasimo e il senso di colpa, che si sono accumulati, sono diventati troppo e ha reagito in modo aggressivo, quasi come un uomo, devo dire; ha combattuto; ha lottato contro il genere che ha oppresso, mutilato e ucciso miliardi di donne.” (Seligman)

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Informazioni su Giovanni Berardi

Interista dalla nascita, grandissimo appassionato di Cinema, Musica e Serie TV.
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