“Psycho” di Alfred Hitchcock

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Dirigere due capisaldi del Cinema (quello con la C maiuscola) come “La donna che visse due volte” e “Intrigo internazionale” nel giro di due anni creando un prima e un dopo è qualcosa di fenomenale. Dirigere il thriller-horror, dai contorni Freudiani, per eccellenza dopo soltanto un anno dall’uscita di quello spy-movie incredibilmente geniale e rivoluzionario è qualcosa che solamente uno dei più grandi registi di tutti i tempi potrebbe fare.

Ladies and Gentlemen, per la regia di Sir Alfred Joseph Hitchcock, “Psycho”.

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Tralasciando le preferenze personali, penso che su una cosa tutti possano essere concordi: “Psycho” è l’opera più iconica di uno dei padri mondiali del Cinema thriller ed horror. La cosa buffa e, per certi versi, assurda è che questo monumento filmico ebbe dietro di sé una mezza odissea a livello di produzione. Infatti, dopo l’ingente produzione di “Intrigo internazionale”, Hitchcock si mise subito al lavoro per trovare un nuovo soggetto per il suo prossimo film trovandolo nel romanzo di Robert Bloch, “Psycho”, presentando l’idea alla Paramount, con la quale aveva un contratto per un ultimo film prima di passare alla Universal. Il progetto del regista britannico però venne bocciato per l’incredibile violenza intrinseca alla pellicola, ma Hitchcock decise ugualmente di dirigere quello che, successivamente, sarebbe divenuto il suo film-icona proponendo alla Paramount di pensare esclusivamente alla distribuzione, facendosi carico egli stesso della produzione, tramite la sua casa, la Shamley Productions, che però, ironia della sorte, si era già trasferita negli Universal Studios.

Quindi, in parole povere: una delle più grandi pellicole di tutti i tempi è una pellicola girata completamente negli studi della Universal, ma al contempo distribuita da un’altra grande Major americana, la Paramount, con una produzione indipendente dal budget estremamente basso e girato, praticamente, in un mesetto come un film di serie B qualsiasi. Però, mica male la riuscita finale…

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Prima di addentrarmi nell’analisi puramente formale e contenutistica della pellicola in questione, è bene fare una premessa importantissima per analizzare, successivamente, l’incredibile struttura narrativa architettata da Hitchcock.
Parliamo, ovviamente, della famosissima e geniale tagline utilizzata per pubblicizzare il film:

The picture you MUST see from the beginning… Or not at all!… For no one will be seated after the start of… Alfred Hitchcock’s greatest shocker Psycho.

Sembra una frase banale, scontata, quasi inutile eppure ha un significato molto più profondo e importante di quello che, all’apparenza, può sembrare.

Bisogna fare un piccolo passo indietro, girando le lancette dell’orologio tra il 1959 e il 1960, periodo in cui Hitchcock stava lavorando al film insieme allo sceneggiatore Joseph Stefano. Il regista britannico, oltre a proibire l’entrata al set, impose in maniera categorica la segretezza più assoluta a tutta la troupe e al cast. Attuò, inoltre, una campagna di marketing particolare con la proibizione di entrare in sala a spettacolo già iniziato (“La pellicola che DEVI vedere dall’inizio”) e con l’obbligo morale di non parlare con nessuno riguardo al film visionato al cinema. Il tran tran mediatico che ne conseguì fu inarrestabile diventando, in brevissimo tempo, un successo gigantesco di pubblico.
Ma il punto è: perché tutto questo incredibile mistero dietro alla pellicola? Perché tutte queste restrizioni? Ma soprattutto, è solo un’azzeccatissima e geniale trovata pubblicitaria, oppure c’è dell’altro dietro?

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Hitchcock, si sa, è un maestro del dettaglio. Riesce a dare un senso ad ogni singola e minima cosa che ad una prima impressione può sembrare qualcosa di superfluo e invece ha un valore ben determinato e preciso. L’incredibile mistero attorno alla visione del film era funzionale affinché lasciasse sbigottito, estasiato e affascinato lo spettatore che una volta entrato in sala sarebbe rimasto a bocca aperta dagli incredibili sviluppi inaspettatamente anticonvenzionali, soprattutto per l’epoca.

Sì, perché nessuno poteva aspettarsi una pellicola così estremamente sfaccettata sia a livello contenutistico, sia a livello puramente narrativo.
Un film che inizia a Pheonix, dentro la stanza di un Hotel ad ore dove assistiamo ad un incontro passionale tra due amanti, che si protrae, mano a mano, in un baratro sempre più oscuro fino al cupo e sinistro Bates Motel, per poi cadere definitivamente nella più totale follia umana.

Hitchcock, tramite la divisione della narrazione in tre parti ben diverse tra loro, con ben tre punti di vista differenti, rivela  il reale protagonista della pellicola, che coincide, allo stesso tempo, con l’antagonista della storia: Norman Bates. Un protagonista, che incarna alla perfezione lo stile e lo spirito del Capolavoro Hitchcockiano: schizzato, mai banale e sofferente di personalità doppia, esattamente come la pellicola stessa.

Il regista britannico prende il thriller, lo destruttura e lo ristruttura ricamandoci sopra tante di quelle piccolezze, sottigliezze e sfaccettature da rendere “Psycho” una leggenda della cinematografia mondiale, superando il concetto limitante di “genere”: l’inizio con il rapporto amoroso tra i due amanti; il furto della busta con i 40.000 dollari (il macguffin per eccellenza); la fermata al Bates Motel; la conoscenza dello schizzato Norman Bates; l’uccisione di Marion, con conseguente cambio di POV e cambio di genere: da dramma, con sullo sfondo il furto dell’ingente somma di denaro, ad un thriller-horror diretto tramite l’indagine dell’ispettore Arbogast prima, e successivamente, con la sua morte e conseguente ulteriore cambio di POV, della sorella Lila e l’amante di Marion, Sam, arrivando alla scoperta della doppia personalità del nevrotico Norman Bates.

Una struttura narrativa schizzata, che prende lo spettatore e lo lascia a bocca aperta dal primo fino all’ultimo secondo, e allo stesso tempo perfetta, dovuta non soltanto ai geniali ed incredibili detour che Hitchcock effettua nel durante, ma soprattutto ai dettagli che il regista britannico ha inserito in maniera tanto intelligente da sedimentarsi nell’inconscio dello spettatore.

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Ed è esattamente del dettaglio, della minuzia, del particolare che si nutre il grande Cinema, quello dei grandi maestri e degli eccentrici geni, come un Kubrick o un Lynch.
Hitchcock forse, in questo, è ancor più esagerato, rivelandosi un vero e proprio feticista della finezza:

La scelta di inserire come presenza costante gli specchi (in albergo a Phoenix; in ufficio, dove Marion si guarda in uno specchietto portatile; nella sua automobile; a casa sua; nel gabinetto della rivendita di auto usate; al bancone del motel; nelle camere; nella stanza da letto della madre di Norman) non è per niente casuale.
Lo specchio, esattamente come ne “La donna che visse due volte” suggerisce contemporaneamente il doppelgänger (un’immagine divisa) e l’introspezione (un’immagine di autocoscienza).

Anche la scelta di abbondare, a livello visivo, con immagini di linee verticali e di linee orizzontali che tagliano in due lo spazio (i titoli di testa di Saul Bass in cui i nomi vengono tagliati e divisi; la gru che taglia l’orizzonte; le fessure orizzontali delle persiane; l’abitazione di Norman, alta e stretta; il motel, basso e allungato) sono particolari ben calibrati che comunicano, in maniera inconscia, il conflitto vissuto dai personaggi (attrazione-repulsione, imbarazzo-piacere).

Fino ad arrivare alla scelta di usare il bianco e nero: in questo modo, con la rinuncia al colore, Hitchcock riesce a dare un’incredibile valenza espressionistica grazie a questi fortissimi contrasti tra i chiari e gli scuri, tra le luci e le ombre, oltre a sottolineare ulteriormente la duplicità dei personaggi (in special modo Norman Bates), riuscendo ad infondere l’elemento drammatico e rappresentando, in questo modo, una violenza sottile e insidiosa praticamente in ogni singolo istante del film.

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Un film complesso non solo a livello tecnico, ma soprattutto a livello tematico dove la morte e la passione sono due facce della stessa medaglia, la medaglia dal dualismo rischioso ed autodistruttivo. Un film Freudiano dove i meandri della psiche umana e la sublime arte cinematografica si congiungono in un abbraccio passionale ed appassionante, come quello tra Marion e Sam all’inizio della pellicola, e dove ogni singola inquadratura, ogni singolo oggetto in scena e ogni singolo dettaglio viene dosato e calibrato alla perfezione rendendo il film un vero e proprio Capolavoro assoluto.

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Informazioni su Giovanni Berardi

Interista dalla nascita, grandissimo appassionato di Cinema, Musica e Serie TV.
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