“The Wicker Man” di Robin Hardy

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Gli anni ’70, per il cinema horror britannico, furono un periodo abbastanza cupo, dovuto, essenzialmente, all’incredibile concorrenza della compagine indipendente statunitense e non è un caso che, durante quegli anni, le due grandi major horror inglesi (Hammer Film e Amicus Production) decisero di abbandonare il genere.
Eppure, in questo medioevo dell’horror britannico, talvolta qualche interessante perla luminosa emerge, riuscendo a trovare un posto ben definito sulla mappa stellare del Cinema.

Ladies and Gentlemen, per la regia di Robin Hardy, “The Wicker Man”.

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Opera prima di un regista che fino ad ora ha diretto solamente tre lungometraggi in un lasso di tempo di oltre 40 anni. Un film, questo “The Wicker Man”, a cui il termine di pellicola dell’orrore riesce a stargli più stretto che mai, esattamente come l’ultimo film di Refn, “The Neon Demon”. Non che non lo sia, anzi, ma l’opera prima di Hardy è difficilmente catalogabile in un solo ed unico genere.
È, principalmente e prima di tutto, una gigantesca metafora dove due mondi così agli antipodi, come il cristianesimo e il paganesimo, vengono messi a confronto entrando in un naturale conflitto a viso aperto, il tutto accarezzato da un sottilissimo velo di thriller con dei ritmi dettati in puro stile horror classico.

Il sergente Howie (Edward Woodward), integerrimo uomo di legge e fervida persona di fede alla ricerca di una bambina scomparsa, rappresenta la civiltà e il rispetto dei vecchi valori consolidati, mentre l’isola di Summerisle raffigura, alla perfezione, una sorte di arcaica e pagana tradizione celtica persa nel tempo ma che tramite il governatore (Christopher Lee) e i propri abitanti resiste, incessantemente, alla modernità. Una comunità, quella dell’isola, che applica all’ideologia del “peace & love”, smisuratamente in voga negli anni ’70, culture pagane, credenze popolari e religioni arcaico-naturalistiche creando un perfetto mix che rigetta, completamente, le classiche convenzioni etiche, indottrinate, particolarmente, dal pugno di ferro del cristianesimo coloniale.
Lo scontro di questi due universi è la naturale evoluzione del tutto.

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Un horror che ha anche, per tratti, le caratteristiche di un documentario folkloristico, similmente a quanto fatto dal regista Robert Eggers con la sua recente opera prima, “The Witch”.

Folkloristico, aggettivo perfetto per indicare le bellissime e carnali canzoni country che non solo accompagnano le avventure del sergente ai limiti del bigotto, ma che le abbracciano, le avvolgono in maniera calorosa e colorita. La sessualmente elegante “Gently Johnny” e l’inno erotico “Willow’s Song” sono, effettivamente, due capolavori della folk music con dei testi estremamente fisici e lussuriosi che, con l’aiuto di un montaggio delicatissimo, rendono ancor più aspro questo contrasto culturale.

Un contrasto che in maniera incredibilmente lenta ma costante e inesorabile, proprio come una goccia cinese, si inasprirà sempre di più arrivando ad un climax finale incredibilmente duro, potente, cinico e, al tempo stesso, suggestivo.

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Un cult della cinematografia britannica, in un periodo cupo della stessa; un gioiellino della cinematografia dell’orrore, nonostante abbia avuto alle spalle una produzione difficoltosa ed incostante. L’opera prima di Hardy è molto più di un horror inquietante o di un thriller stranamente conturbante o di un documentario folkloristico intrigante… “The Wicker Man” è un film estremamente ambiguo e unicamente sconvolgente che ha la capacità di affascinare e stregare il pubblico grazie alla propria natura amorale intrinseca.

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Informazioni su Giovanni Berardi

Interista dalla nascita, grandissimo appassionato di Cinema, Musica e Serie TV.
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