“Interstellar” di Christopher Nolan

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Christopher Nolan, alle prese con il suo nono lungometraggio, decide di entrare nell’universo della fantascienza, quel genere che dopo il 1968, grazie a Sua Maestà Kubrick, è uscito dal proprio scantinato, mostrandosi al mondo intero da un punto di vista mai pensato prima. La facilità con cui, la fantascienza, riesce a destrutturarsi dandosi una fortissima impronta intima e trascendentale rende questo genere un campo molto fertile all’autorialità cinematografica (e non).

Ladies and gentlemen, per la regia di Christopher Nolan, “Interstellar”.

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Nel gennaio del 2013, dopo la conclusione della trilogia dell’uomo pipistrello, il regista londinese viene chiamato dalla Warner e dalla Paramount per la regia di un film basato su un trattato del fisico teorico Kip Thorne, inizialmente affidato a Steven Spielberg. Nolan decide, così, di scrivere la sceneggiatura definitiva insieme al fratello Jonathan, partendo dalla bozza già stesa da quest’ultimo ed aggiungendo nuove idee. Il risultato è qualcosa di incredibilmente ambizioso e gigantesco.

Nolan mette al centro della pellicola l’uomo e la sua natura incredibilmente sfaccettata e complessa, ma al contempo paradossalmente semplice e lineare. L’uomo, inteso come umanità, con la sua triste e formidabile capacità di autodistruggersi si scontra con la sua innata, ed opposta, spinta naturale di sopravvivenza permettendo, così, di riscoprire se stessi nell’infinito (non) spazio profondo dove ogni legge fisica, scientificamente conosciuta, è completamente superflua e inutile: un tesseratto all’interno di un neutro buco nero dove l’animo umano trascende le varie dimensioni spazio-temporali.

Nolan porta il suo sempreverde dualismo nell’intimità umana prendendo qualcosa di estraneo e usandolo come catalizzatore per parlare dell’effettivo soggetto del film: il genere umano.
I viaggi spazio(temporali) sono solamente il pretesto per centralizzare l’uomo ed esporre la sua natura, i suoi pensieri, la sua gigantesca forza interiore, le sue debolezze e, soprattutto, i sentimenti che lo caratterizzano, che vengono, fin dal primo minuto di girato, contrapposti al lato più razionale mostrando al pubblico quanto la vita umana sia formata da opposti che si attraggono, costantemente, come un gioco magnetico.

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Ed in mezzo a tutto questo infinito universo composto da emozioni umane c’è quella che riesce a trascendere le leggi fisiche conosciute, e soprattutto sconosciute, creando quasi un paradosso della relatività di Einstiana memoria: l’amore.

L’amore tra un padre ed una figlia diventa il manifesto dell’emozione umana più paradossale di tutte, quell’emozione che ha il potere di creare una vita, accudirla, crescerla ma allo stesso tempo anche di distruggerla, disintegrarla e demolirla, il tutto contestualizzata in maniera perfetta grazie alla struttura temporale anti-lineare scelta da Nolan, dove il tempo, fin dal primo frame, diventa assolutamente relativo.

Il viaggio del protagonista Cooper è un viaggio fin nei meandri dello spazio infinito, attraversando anche l’antitesi della materia stessa, creando, all’interno del proprio animo, un parallelo comunità-singolarità in cui il protagonista si trova davanti ad un bivio insormontabile dovuto alla promessa fatta alla propria figlia e all’amore infinito, appunto, nei confronti di quest’ultima.

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Una vera odissea per il personaggio interpretato dall’ottimo McConaughey, che verrà accompagnato dall’affascinante Anne Hathaway e dalla maestosa colonna sonora di Zimmer, attraverso lo spazio e il tempo trovando alla fine dell’Universo una speranza per il genere umano, quello stesso genere umano che nasconde il proprio lato oscuro, la propria parte più becera ed egoista nella performance attoriale di un Matt Damon glaciale ma incredibilmente umano nel suo fortissimo istinto di sopravvivenza.

Un’odissea che richiama, ovviamente e non a caso, quella del Maestro Kubrick che aveva permesso di sdoganare una volta e per tutte l’incredibile genere fantascientifico. Le citazioni all’Opera Totale del regista di Manhattan sono lapalissiane, dal mitico viaggio interstellare, e allo stesso tempo intimo, del protagonista, fino alla controparte buona di HAL-9000, il robot TARS dalla forma inconfondibilmente monolitica.

Il lavoro fatto da Nolan, in questo “Interstellar”, è incredibile. Il regista britannico raggiunge una consapevolezza del mezzo mostruosa dosando perfettamente ogni singola scelta dando all’accezione “blockbuster d’autore” un grado superiore portandolo vicino ad un’Opera Totale quale un “Solaris” di Tarkovskij un “The Tree of Life” di Malick o al divino e inimitabile “2001: Odissea nello Spazio” di Kubrick.

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Non andartene, docile, in quella buona notte,
I vecchi dovrebbero bruciare e delirare al serrarsi del giorno;
Infuria, infuria contro il morire della luce.

Benché i saggi conoscano alla fine che la tenebra è giusta
Perché dalle loro parole non diramarono fulmini
Non se ne vanno docili in quella buona notte,

I probi, con l’ultima onda, gridando quanto splendide
Le loro deboli gesta danzerebbero in una verde baia,
S’infuriano, s’infuriano contro il morire della luce.

Dylan Thomas

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Informazioni su Giovanni Berardi

Interista dalla nascita, grandissimo appassionato di Cinema, Musica e Serie TV.
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4 risposte a “Interstellar” di Christopher Nolan

  1. cabiriams ha detto:

    Articolo molto interessante! Ti potrebbe interessare una collaborazione con noi di Cabiriams? Fammi sapere 🙂

    Mi piace

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